Da tempo sprofondato in una crisi politico-economica che sembra non aver fine, il Libano si trova ad affrontare l’arrivo dell’epidemia di Covid-19 (coronavirus). Al momento i contagi non sono intorno ai duecento (con tre morti). Un numero non elevato anche se è bastato a far scattare l’allarme. Le autorità hanno subito fatto scattare lo stato di emergenza. Porti, aeroporti e frontiere sono stati chiusi. La popolazione è stata invitata a rimanere chiusa in casa. Le principali attività commerciali sono chiuse.

«Le autorità – osservano i responsabili di CELIM in Libano – hanno preso sul serio la minaccia del virus. Le direttive sono molto severe e la gente è costretta a stare in casa. Chi può fa il telelavoro, gli altri aspettano che arrivi il 29 marzo quando il provvedimento dovrebbe cessare».

Il virus ha creato panico tra i detenuti. Nel carcere libanese di Rumie, vicino Beirut, si è registrata una violenta protesta legata all’emergenza coronavirus. Altre proteste si sono registrate nel carcere di Qubbe, a Tripoli, dove nei giorni scorsi era morto un detenuto in circostanze poco chiare. Diverse guardie carcerarie sono rimaste ferite.

In Libano, CELIM lavora su due progetti diversi. Uno, orientato all’assistenza e al rimpatrio delle donne vittime del sistema della kafala; l’altro di sostegno agli olivicoltori delle regioni meridionali del Paese.

«Di fronte a questa serrata – concludono i responsabili di CELIM -, non potendo uscire e lavorare insieme ai beneficiari dei progetti, siamo stati costretti a sospendere le nostre attività e a metterci in quarantena. Speriamo che questo periodo di emergenza trascorra velocemente e che si possa velocemente tornare operativi».