Il caffè è un settore strategico in Kenya. “Il prezzo è deciso ogni martedì all’asta di Nairobi”, dice Olimpia Deambrosis, Project Officer di CELIM Kenya. I piccoli agricoltori sono la spina dorsale del settore, organizzati in cooperative.
Nel Paese il caffè è una questione storica e politica. “Per piantarne una pianta serve una licenza, per sradicarne una pianta ci vuole un altro permesso”, continua. La Nairobi Coffee Exchange stabilisce il prezzo sulla base della classificazione del caffè verde in lotti commerciali, mentre il Coffee Directorate regola l’intera filiera.
Oltre ad impiegare direttamente o indirettamente milioni di persone, il caffè è infatti anche tre le principali fonti di valuta estera per il Paese, con quasi la totalità della produzione destinata all’esportazione.
Nonostante la produzione di alta qualità, il caffè non è consumato in Kenya. Deambrosis spiega che rappresenta un retaggio coloniale. La coltivazione e il commercio sono stati infatti a lungo negati ai kenioti, esclusi dall’industria durante il colonialismo britannico. “Era stato introdotto e pensato per l’export, e non per il consumo locale. Anche se adesso c’è una maggiore apertura”, aggiunge.
Dopo anni di lavoro in altri settori della filiera agroalimentare, dal 2023 CELIM è impegnato alla guida di un progetto che punta all’innovazione e alla sostenibilità dei processi di produzione del caffè, alla digitalizzazione della filiera, all’inserimento dei giovani e alla valorizzazione del lavoro delle donne, insieme allo sviluppo del mercato locale e al rafforzamento della governance delle cooperative.
“Collaboriamo con quattro cooperative. I membri dei consigli direttivi sono spesso in maggioranza uomini con un approccio di lavoro tradizionale”, spiega Deambrosis. Attraverso la formazione, CELIM e i partner lavorano con le cooperative per migliorare la gestione e la tracciabiità, e con gli agricoltori per il controllo delle malattie, l’uso di pesticidi, e l’introduzione di nuovi macchinari e tecniche di lavorazione più attente ai consumi e all’ambiente.
La coltivazione di caffè è tra le più impattate dal cambiamento climatico. Lo riporta Jafari Mwinyihija, Monitoring and Evaluation Officer di CELIM Kenya. “Il cambiamento climatico è già in atto, lo vediamo dalle malattie delle piante e dai parassiti. Tutto sta nel mitigarne gli effetti”, spiega.
In particolare, le pratiche e le varietà tradizionali sono più a rischio in quanto meno resistenti. “Per questo gli agricoltori in Kenya sono molto più consapevoli del cambiamento del clima – più dei giovani – perché ne fanno esperienza diretta”, continua Mwinyihija.
Tra gli obiettivi dell’azione di CELIM e dei partner locali c’è anche la valorizzazione e la riduzione degli scarti di produzione. Ne è un esempio il lavoro svolto dal partner universitario sul riutilizzo della cascara, ovvero la polpa essiccata del frutto del caffè da cui è possibile produrre una farina. Come spiega Deambrosis, le università locali partner di progetto, professori e food scientist si sono occupati oltre alle analisi del suolo, anche di testare i prodotti derivanti dalla cascara.
“L’idea è quella di far conoscere agli agricoltori il loro stesso prodotto”, aggiunge. Negli ultimi anni sempre più realtà in Kenya cercano di valorizzare il caffè e i suoi derivati nel mercato locale, soprattutto tra i giovani, risultando in una crescita del consumo all’interno del Paese.
Un team solido è quello che fa la differenza secondo Mwinyihija. “Non costruiamo dal nulla, ma lavoriamo su iniziative già in atto nel Paese grazie ai legami con beneficiari, organizzazioni e realtà locali costruiti nel tempo”, conclude.
Di Agnese Stracquadanio