Nel Paese in cui crescono alcuni dei chicchi più pregiati del pianeta, l’aroma del caffè per decenni è stato solo una nota lontana, destinata quasi esclusivamente ai mercati esteri. Una curiosa e amara parabola che ha visto migliaia di piccoli coltivatori keniani legati a doppio filo alle oscillazioni dell’export e alla stringente intermediazione commerciale. Spezzare questo circolo vizioso per restituire valore alla terra e a chi la lavora è la scommessa al centro di «Caffè corretto», il nostro progetto promosso nelle contee di Kiambu ed Embu.
L’iniziativa, ormai giunta verso le battute finali, ha mobilitato 11.000 agricoltori e quattro grandi cooperative. Il piano d’azione si è articolato su più fronti: dal perfezionamento delle tecniche agronomiche all’ammodernamento degli impianti, con l’obiettivo prioritario di rinvigorire i suoli impoveriti e contrastare gli impatti del cambiamento climatico. Sfide complesse che negli ultimi decenni avevano causato un preoccupante calo della produzione nazionale. Parallelamente, le cooperative hanno fruito di percorsi di formazione incentrati su governance, marketing e gestione d’impresa. Un ruolo cruciale è stato affidato ai giovani, promossi a veri testimonial delle organizzazioni durante fiere e mercati. «Il percorso formativo che hanno fatto è stato impegnativo. Hanno seguito corsi di selezione, tostatura, analisi sensoriale del caffè, fino alla gestione di coffee shop. Per questo oggi sono sul campo sia come giovani professionisti certificati sia come testimonial durante eventi e fiere e sono in grado di ampliare le loro possibilità future nel settore», evidenzia la project officer Alice Maestripieri.
Per i giovani coinvolti, il confronto diretto con il mercato ha rappresentato anche l’occasione per misurare sul campo quanto appreso durante la formazione. Linet Njagi, della Kaagari North Cooperative, racconta come il dialogo con i consumatori abbia permesso di raccogliere impressioni e curiosità direttamente davanti a una tazza di caffè. A sorprenderla è stata soprattutto la reazione di chi non immaginava che un prodotto di qualità così elevata fosse coltivato proprio nelle comunità locali. «È stato incoraggiante vedere le persone diventare più interessate al nostro caffè dopo averlo assaggiato», spiega. Un interesse che, secondo la giovane cooperatrice, può trasformarsi in qualcosa di molto concreto: una maggiore consapevolezza del lavoro degli agricoltori e, soprattutto, nella crescita di un mercato interno capace di premiare la qualità.
La partecipazione a fiere ed eventi pubblici apre inoltre ai giovani nuove prospettive professionali lungo l’intera filiera. Suzan Ndungu Nyokabi, della Gititu Cooperative, sottolinea come queste occasioni consentano di acquisire esperienza nel settore, affinare le capacità di comunicazione e marketing e costruire relazioni con compratori e professionisti del caffè. Il contatto diretto con i buyer le ha permesso anche di comprendere meglio cosa cerchi il mercato: non soltanto qualità e profili aromatici riconoscibili, ma anche tracciabilità e conoscenza della storia che accompagna il prodotto. «Il loro interesse mi ha mostrato quanto sia importante raccontare la storia dietro al caffè e costruire relazioni solide con gli acquirenti», osserva. Competenze e contatti che i giovani possono ora riportare all’interno delle proprie cooperative, contribuendo ad aumentarne visibilità, accesso al mercato e, in prospettiva, il valore restituito agli agricoltori.
Tra i pilastri più innovativi del progetto figura il sostegno al consumo locale. Attraverso sessioni di degustazione e incontri B2B con caffetterie e negozi, CELIM sta radicando la cultura del caffè d’eccellenza anche in patria. Emblematico è il caso della Kiambu Coffee Growers Co-operative Union, che ha aperto un proprio coffee shop fornito di attrezzature moderne e personale qualificato, il locale porta questo caffè di qualità sempre più vicino al consumatore.
Infine, la sostenibilità passa dal riuso: accantonata temporaneamente l’idea di impiegare gli scarti per la cosmesi o l’alimentazione a causa dei complessi vincoli sulle certificazioni biologiche, si è optato per il loro riutilizzo come biofertilizzanti. La direzione, come sottolinea Maestripieri, appare tracciata: trasformare il caffè da semplice materia prima da spedire oltremare a motore di sviluppo, identità e benessere collettivo per chi lo coltiva.