Il caffè può diventare una risorsa per il Kenya. I chicchi keniani sono forse meno conosciuti di quelli etiopi, ma iniziano a essere apprezzati nel mondo. La produzione di caffè è da sempre un settore agricolo di grande importanza per il Kenya, il quinto posto in valore fra i prodotti agricoli esportati, pari al 6,5% del valore totale delle esportazioni agricole, con circa 213 milioni di dollari guadagnati nell’esportazione di caffè da gennaio a novembre 2021 e una media mensile di 2.500 tonnellate esportate secondo il Kenya National Bureau of Statistics. L’Organizzazione internazionale del caffè registra una produzione media nel Paese di 800.000 sacchi di caffè all’anno che lo rende il quinto produttore nel continente africano, dopo Etiopia (7,38 milioni di sacchi da 60 kg), Uganda (5,62 milioni di sacchi), Costa d’Avorio (1,78 milioni di sacchi) e Tanzania (913.000 sacchi). A partire dai primi anni 2000 si è verificato un rapido e progressivo decremento che, negli ultimi anni, ha visto la produzione stabilizzarsi intorno alle 45.000tonnellate annue contro le 120 – 130.000 raggiunte negli anni Novanta.

La filiera affronta diverse sfide legate a complessi e interconnessi fattori lungo l’intera catena del valore che, uniti all’attuazione di politiche e forme di regolamentazione non idonee, hanno portato a una drastica riduzione della quantità e qualità di caffè prodotto, e a oneri eccessivi per i produttori con conseguente impatto negativo sul reddito. Le principali problematiche individuate sono la scarsa formazione dei produttori; l’aggressività della cosiddetta “Coffee Berry Disease” dovuta a un fungo patogeno; l’utilizzo di tecniche e macchinari obsoleti; l’assenza di un sistema di tracciabilità del prodotto lungo la filiera; il limitato accesso al mercato locale; l’esclusione di giovani e donne dalla filiera produttiva; l’assenza di una caratterizzazione formale del caffè keniota.

Proprio per sostenere il settore del caffè e in particolar modo i coltivatori diretti, CELIM ha lanciato Caffè Corretto, un progetto che mira ad aumentare l’efficienza, la sostenibilità e la qualità della produzione della filiera del caffè in Kenya.

“Insieme ai produttori diretti di caffè – spiega Davide Bonetti, rappresentante Paese di CELIM in Kenya – ci concentreremo sulle tecniche di coltivazione, sul trattamento delle piante e sulla resa del suolo. Adotteremo inoltre tecniche avanzate per gestire le malattie, aumentare la produttività e migliorare la qualità delle piante di caffè, anche con pratiche innovative sperimentali come l’introduzione dell’apicoltura presso le piantagioni che porterà ad una maggiore produzione per pianta e una fonte di reddito ulteriore per gli agricoltori ”.

Migliorare la produzione però non basta. Bisogna potenziare anche la governance delle cooperative locali e ridurre l’impatto ambientale dei processi. “Attraverso il progetto – continua Davide -, intendiamo introdurre tecniche di post raccolta moderne e sostenibili per le cooperative locali. Il progetto sostituirà i vecchi macchinari obsoleti e inefficienti con macchinari moderni che riducono sensibilmente il consumo di acqua e di energia. Inoltre con le cooperative di produttori vogliamo lavorare per migliorare le capacità manageriali dei membri del direttivo e offrire loro buone pratiche su trasparenza e tracciabilità del prodotto e digitalizzazione”.

Il progetto scommette anche su una migliore promozione del caffè keniano sul mercato locale. “La problematica prioritaria riguarda la limitata valorizzazione del caffè keniano nel mercato locale. Circa il 90% della produzione è destinata all’estero regolato da una serie di agenti di mercato e brokers che in loco si arricchiscono grazie alle elevate commissioni che percepiscono – conclude Davide -. Poiché non esiste la possibilità per le cooperative di vendere sul mercato internazionale il caffè verde ed eludere, in questo modo, il sistema attuale, l’unico modo per incrementare le entrate delle stesse è attraverso la promozione del consumo di caffè in loco, che ha visto una crescita significativa ma resta al di sotto delle proprie potenzialità. Le cause sono riconducibili alla scarsa conoscenza del prodotto da parte dei potenziali consumatori, che ritengono spesso il caffè un prodotto esclusivamente coloniale destinato all’esportazione e alle scarse competenze e attrezzature per la torrefazione locale a livello di cooperative. Il progetto incentiverà il consumo locale, creando nuovi prodotti derivanti dallo scarto organico della lavorazione a umido (biscotti e farina di cascara), formando donne e giovani nella selezione e trasformazione del caffè e avviando piccole torrefazioni locali di caffè da parte delle cooperative stesse”.