24 marzo 1999, 12 giugno 1999. 80 giorni. Soldati americani morti, zero.
Una piccola guerra perfetta.
Piccola, neanche tre mesi, neanche 12 settimane, appena 80 giorni. Se non sei tu la persona il cui sonno viene cullato dalle bombe o dalle urla dei vicini appena pescati, 80 giorni sono anche pochi. È che la guerra in Kosovo è una faccenda da sbrigare velocemente. Un pasticcio successo troppo vicino a quell’Europa civile e protettrice dei diritti fondamentali. Una questione tra barbari, ma troppo vicina. Perché i Balcani non sono Europa, no? Perché per i Balcani non c’è speranza vero?
Terra di mezzo, spazio limite, punto di scontro e contatto, tra Oriente e Occidente, tra Islam e cristianesimo. Terra contesa quando è comodo, terra denigrata quando vuota di interessi. Un frazionamento in cui la nazione politica e territoriale non corrisponde alla nazione culturale ed etnica, un frazionamento caratterizzato da reti di circolazione in quanto crocevia di rotte, in quanto terra tra i mondi. Ed inoltre si sa che i popoli balcanici si fanno la lotta per natura, non sanno convivere pacificamente. È così che si dice no? Perché alla fine bastano pochi passaggi per fabbricare nero su bianco una teoria basata sull’odio tribale, convincere dell’impossibilità della convivenza pacifica, e quindi giungere alla necessità di una guerra. O pulizia etnica, forse più appropriato. Il gioco è semplice, basta avere in mente un assetto etnico e territoriale, decidendolo a tavolino tracciando linee che spezzano anime e famiglie, e poi innescare uno scontro militare per metterlo in atto. Troppo facile. E il bello è che, quando c’è il caos o, meglio, quando qualcuno ne ha bisogno è allora decide di creare il caos, la violenza viene legittimata e deresponsabilizzata. I responsabili non esistono mai. E i saccheggi, quanti, tanti, portano via tutto. Gente diventata ricca, ma non per caso.
Il problema però è che è successo tutto troppo vicino, chiudiamo questa faccenda il prima possibile e nascondiamola sotto il tappeto. Non deve far parte della nostra storia, non può essere parte della nostra storia, della nostra narrazione occidentale.
I Balcani sono di natura una polveriera, terra instabile, terra di nessuno. Si sa.
È sorta pure una parola, balcanizzazione, ossia “la spartizione e l’asservimento di Stati rivali alle grandi potenze in lotta”. Termine figlio della storia, del tempo. Un lapsus mi porta in Medio Oriente, ma subito rinsavisco, sono in Kosovo, storia vecchia, storia passata, storia dimenticata. Per poter parlare di balcanizzazione del Medio Oriente e di pulizia etnica lì, devo aspettare ancora un po’.
Una guerra perfetta perché “Nessun soldato americano tornerà a casa in una bara” fu promesso. Perfetta sì, se non è tuo padre che è stato ammazzato, e tu della bara non puoi neanche porti il problema perché non lo sai ancora che è morto. Perché non è tuo fratello ad essere stato tagliato a pezzi, e non è tua sorella ad essere stata stuprata. Non sei tu ad essere morto, non sei tu ad essere stuprata e poi ammazzata. Però queste sono anche immagini troppo crude per i cuori deboli occidentali, ci vuole qualcosa che faccia commuovere, empatizzare, che ci faccia sentire dalla parte del giusto, che ci faccia sentire in qualche modo coinvolti, parte attiva, ma comodi, seduti sul nostro divano. Allora la faccia di un bambino sporco, rachitico e vestito di stracci è ciò che guardiamo, che ci serve per dare soddisfazione alla nostra pornografia del dolore. Povero bambino.
Ma ormai è storia passata no?
Obilic è la grande centrale a carbone che dà elettricità a quasi tutto il Kosovo. Lungo la strada che da Pristina porta verso ovest, passando attraverso il tratto vicino alla centrale, tra palazzi, case e negozi, mi ritrovo a pensare che l’aria qua è davvero irrespirabile. E Oblic d’inverno fuma ancora di più. I campi fumano, la spazzatura fuma, la gente fuma. Non fai in tempo a finire la sigaretta che te ne stanno già offrendo un’altra, mi spiegano che ospite è sacro qua ed è un dovere prendersene cura. Tutto questo fumare crea una fitta foschia, alle volte più rada, ma un sottofondo costante.
Ecco, è così che la si percepisce qua, la guerra, ora. È il telo dietro al palcoscenico, quasi impercettibile ma sempre presente. Te la ricordano certi sguardi delle persone, te lo ricorda ciò che puoi dire e quello che invece non puoi assolutamente nominare, te lo ricorda dove è meglio non andare. Me ne parlano i ragazzi della mia età, raccontandomi di non essere nati nella loro terra perché scapparono con la famiglia. La percepisci nei cartelli in doppia lingua con il nome serbo cancellato, nella quantità di bandiere rosse dell’Uçk appese ovunque, nel come si fa il numero tre con le dita della mano e devi stare attento a non sbagliare. La ascolti dall’amico che ti racconta che da ragazzino comprò una pistola, “era così qua” mi dice. Ti assale nel bambino con lo stesso nome del nonno, “il mio eroe”, mi dice, fiero e con le lacrime agli occhi, “è morto in guerra”. Il bambino non avrà più di 8 anni, ma sa già molto meglio di me cosa significa la parola guerra, ed io ero andata al supermercato solo per comprare la pasta.
Ci rifletto tornando a casa, io che quasi mi commuovo quando, durante il crepuscolo, sento quasi simultanei le campane della chiesa e il richiamo alla preghiera del muezzin. E mi commuovo trasportata da quelle due melodie tanto diverse, ma col medesimo significato, come se fossero la stessa cosa. Quella stessa origine, che attraverso due melodie differenti, ha diviso, divide, e dividerà ancora. E allora soffro.
Che poi in realtà le melodie sono ben più di due, sono molteplici e colorate, ma si sa che per poter raccontare una storia, bisogna almeno avere una voce. E la comunità rom una voce non ce l’ha. Povera era, povera è e povera sarà. Loro che sono gli unici ad avere a cuore la raccolta differenziata, raccolgono il vetro e il metallo, chi in bici con una grossa scatola legata al portapacchi, chi con una cariola, chi su un furgoncino. Alle volte la caccia è grossa e vedi per strada questi furgoncini stracolmi di qualsiasi cosa una casa possa desiderare. È il loro giro, il loro commercio, ma “non sono brava gente”, mi dicono i kosovari albanesi, “dei rom non ci si può fidare”. E riecheggiano in me le parole che in Italia si dicono degli albanesi. Rifletto. È tutta una questione di abitudine, abitudine e maggioranza. Maledetta maggioranza, che si sente la globalità e si arroga il diritto di decidere anche per la minoranza. È tutta una questione di abitudine, abitudine e maggioranza. Maledetta maggioranza che crea minoranze e discriminazioni. Maledetta maggioranza che plasma le abitudini. I gay non esistono, i disabili neanche, le donne non vanno al bar, i rom sono ladri, i serbi cattivi. E nel mio essere sì straniera, ma donna, nel mio essere sì donna, ma straniera, cerco di trovare i limiti in un modo di relazionarsi a me nuovo. Solo allontanandomi mi sono resa conto di quanto sia concreto il concetto di casa. Conoscere odori e sapori, sapere come si giuda o cosa si trova dal panettiere. Sapere quanto costa un caffè. Solo perdendoli mi sono accorta di quanto avere riferimenti sia importante per sentirsi a casa. E allora per sentirmi a casa gioco con Maida e Medina, le due gemelline del palazzone di fronte al mio. Sempre per strada, nate per necessità con l’arte dell’arrangiarsi. Randagie, sveglie, cape della piazza, ma con un estremo bisogno di giocare. E io sono felice, perché raramente trovo qualcuno che voglia giocare con me.
Io qua sono straniera, questo è vero, ma sto provando a non essere estranea. Voglio farmi toccare e contaminare. Si parla di imparzialità, equidistanza tra le parti, come se fosse qualcosa che non ci riguarda, come se non ne siamo stati concausa, noi, osservatori superpartes, protettori della libertà. Mi risulta estremamente difficile attuare questi concetti e non penso neanche sia giusto perseguirli. Voglio farmi coinvolgere, voglio prendere una posizione, voglio schierarmi, a costo di sbagliare, ma sempre e sempre meglio dell’indifferenza mascherata da finto perbenismo. Io qua sono straniera, è vero, ma non è l’essere diversi che divide e allontana, è l’esotico, il fatiscente, il mistico. Questo approccio al diverso, questa lente distorta crea due piani diversi, uno superiore e uno inferiore. Ma io sono convinta che ci siano solo due mondi, uno che gioca sulle regole della performance e del profitto, e l’altro si basa sull’instaurare una relazione umana. Sono questi i veri due mondi. Rifletto mentre stiamo andando in missione in montagna e mi immagino il rifugio. Già ne sento il calore rustico, ne percepisco quella caratteristica semplicità. Pausa accogliente per chi sale o chi scende. Ma subito mi scontro con un concetto di montagna molto antitetico a quello con cui sono cresciuta. Asfalto e macchine che arrivano in cima sempre più in alto, cemento e abusi edilizi ad ogni curva della Val Rugova. Con betoniere che girano giorno e notte, il Kosovo sembra un unico grande cantiere. Mi dicono che da quando è finita la guerra arrivano tantissimi soldi da parte dell’Europa e dell’Occidente, forse abbiamo sentito il bisogno di pulirci la coscienza. Soldi che vanno a finire nelle mani di persone non molto diverse da quelle che quella guerra l’anno costruita a tavolino e fomentata. E penso tra me e me che le pari opportunità sono un’invenzione di chi queste opportunità ne ha anche ben troppe. L’Occidente si dovrebbe togliere prima tutto quegli stati di superiorità, arroganza, egocentrismo e colonialismo che si è messo addosso nei secoli, per poi poter parlare veramente di pari opportunità. E chi sono io per dirti che hai delle montagne meravigliose che stai violentando a furia di asfaltare, cementificare e costruire a più non posso? Non posso e non voglio dirtelo in nome di errori che noi abbiamo già fatto, magari te ne posso e te ne voglio parlare semplicemente a nome mio, Ester, dopo che abbiamo costruito una relazione umana. E sicuramente non sarò io a dirti cosa è giusto e cosa sbagliato, e non sarò neanche io a dirti chi è il buono e chi il cattivo della storia. Anzi, forse sarai tu a dirmelo. Che poi, esiste un buono o un cattivo? Perché io li odio gli Stati Uniti d’America, qua li amano e in giro vedi quasi più bandiere americane che kosovare. “Gli americani ci hanno salvato, i bombardamenti Nato hanno fermato la Serbia”, mi dice un amico. Continuo a camminare rimuginando che il loro motivo per simpatizzare con gli americani è molto concreto, si parla di una casa non distrutta o un parente morto in meno. Alla fine, arriviamo a questo rifugio, ma più che un rifugio pare un grande albergo e il proprietario è una di quelle persone che non vuoi fare incazzare. È pacato, sorride, ma i suoi occhi parlano. “Il Rapido”, è questo il soprannome che si era guadagnato ai tempi della guerra.
Sono qua non perché questo cielo avesse bisogno di me, ma perché io avevo bisogno di camminare sotto un altro cielo. E penso che l’unica cosa che conta sia ciò che ti smuove, perché si va avanti a spinte, grandi o piccole che siano, vere o meno. Il dove, il quando, il cosa, l’arrivo, possono essere fittizi, ma l’importante è il perché, ed esso determina il come. E mi sono resa conto che il come, per me, è nel piccolo. Essere prima di tutto pace nel piccolo, per poter lottare per la pace nel grande, perché è nella quotidianità, nella relazione umana vicina che il viaggio interiore è più arduo e intenso. Ciò che ci mette davvero davanti a noi stessi sono le relazioni umane vicine e quotidiane, in cui bisogna scegliere che persona essere. Quando viene toccato un pezzo del proprio spazio, del proprio io, quando entra in gioco il proprio egoismo e i propri limiti. E lì su quella sottile linea tra te e me che bisogna costantemente scegliere dove porsi. Il come è nello scegliere ogni giorno di sorridere e di essere una persona buona, è nel perseguire i propri ideali con semplicità e umiltà camminando sempre a piccoli gesti alla volta. Il come è cercare di seminare bellezza dove si cammina, nei luoghi, nelle relazioni, nel piccolo pezzo di mondo dove si è. In questo mondo di guerre e male, bisogna essere pace quotidiana. Soffro ciò che è ingiusto, soffro per chi soffre ingiustamente, soffro in questo mondo interconnesso che mi mostra il palestinese nudo, umiliato e torturato davanti ad un soldato israeliano. E fanculo a tutto ciò che ho scritto, solo parole.
E allora parlando con un amico kosovaro gli racconto che sono qua perché sentivo una spinta a partire, uscire dal mio mondo, darmi alla vita. Perché avevo bisogno di scappare, ridicolo detto a chi è scappato davvero, per necessità e sopravvivenza. E allora gli dico che sono qua per colorare di rosso e bianco i sassi, che sono qua per giocare con Maida e Medina.
Articolo di: Ester Campoleoni