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    Donne in trappola

    Garantire i diritti umani alle lavoratrici migranti in Libano e Etiopia

Le donne ospiti del Pine Shelter. © Gianfranco Parisi
  • Prive di documenti, salario, assistenza, diritti. Spesso subiscono abusi e la loro dignità viene calpestata: sono tantissime le donne migranti, soprattutto etiopi, che giungono ogni anno in Libano in cerca di lavoro. Ma la loro speranza ben presto si trasforma in incubo.

    Obiettivo di progetto: fornire accoglienza e assistenza medica, psicologica e legale alle donne bloccate in Libano, sostenendole fino al rientro in Etiopia e negli altri Paesi di origine.

  • 1.500 donne migranti accolte nei centri in Libano

    1.400 donne assistite nel rimpatrio nei Paesi di origine
    di cui 670 in Etiopia

    5.400 migranti oggetto di prevenzione in Etiopia

Aziza ha 27 anni e arriva dall’Etiopia. Come molte altre donne, è partita nel 2016 in cerca di fortuna: un lavoro e una vita migliore. Nel suo paese ha lasciato il marito e due figli piccoli.
La speranza di un futuro più roseo si è però trasformata in un incubo: arrivata in Libano le sono stati tolti i documenti, impedendole il rimpatrio e catapultandola nello stato di illegalità. Il salario promesso non lo ha mai visto. È stata vittima di abusi e violenze. In Etiopia non ha più potuto fare ritorno.
Fuggita dai suoi aguzzini ha trovato rifugio in un centro di accoglienza, dove trascorre le giornate in logorante attesa. Non sorride, ha occhi grandi e tristi e tanta nostalgia della sua terra. Aspetta di ritornare. Aspetta ormai da 2 anni.

Arrivano per lavorare e si ritrovano prigioniere e schiave

Il Libano è una delle principali destinazioni per lavoratori migranti, soprattutto donne. Ogni anno ne arrivano a migliaia e più della metà sono etiopi. Lasciano la loro terra, una casa, una famiglia, spesso figli piccoli, con la speranza di un futuro migliore. Appena varcato il confine le loro speranze vengono però disattese e restano bloccate nel sistema della kafala: diventano prigioniere e schiave del datore del lavoro, che garantisce la legalità della loro permanenza di fronte allo Stato.
Subiscono il sequestro dei documenti, spesso sono vittime di abusi e violenze, in molti casi non vengono retribuite e sono obbligate al lavoro forzato, senza alcun diritto. Alcune di loro riescono a fuggire e trovano rifugio negli shelter, centri di accoglienza per donne lavoratrici migranti.

Le donne ospiti del Pine Shelter. © Gianfranco Parisi
Le donne ospiti del Pine Shelter. © Gianfranco Parisi
I segni delle violenze subite da una delle donne ospiti nell'Olive Shelter. © Gianfranco Parisi

CELIM mira ad aiutare e tutelare le donne inserite in questo ciclo migratorio, assistendole dal Libano fino al ritorno in Etiopia e in altri Paesi di origine.
Negli shelter Olive, Pine e Laksetha in Libano gli operatori lavorano per restituire un’esistenza dignitosa alle donne fuggite dai loro carnefici. Vengono distribuiti pasti caldi e garantita assistenza medica e psicologica: molte migranti sono infatti soggette a disturbi post-traumatici e hanno bisogno di aiuto per elaborare il trauma. A questo si aggiunge l’assistenza legale, per riappropriarsi del salario mancato, dei documenti e della possibilità di rimpatriare.
Nei centri di accoglienza Aziza e tante altre donne come lei ritrovano la loro identità e poco alla volta anche un po’ di speranza. A volte si sorride ancora.
Alla prima accoglienza e assistenza in Libano segue un percorso di rimpatrio volontario e di reinserimento nei Paesi di origine per le donne e le loro famiglie.
In tre anni, intendiamo ospitare e aiutare oltre 1.500 donne negli shelter di Beirut e 30.000 detenute nella prigione di Adlieh.
In Etiopia si organizzano corsi di formazione professionale, per conoscere i propri diritti e costruirsi una vita con le proprie risorse.

  • Mi chiamo Antonio Buzzelli, ho 28 anni e sono il responsabile del progetto

Sintesi schematica del progetto
Il progetto mira a garantire e potenziare la rete di protezione e assistenza per 1500 donne all’interno del ciclo migratorio dal Libano al rientro in Etiopia e in altri paesi di origine.
CELIM contribuisce a rafforzare gli strumenti di tutela dei diritti umani delle donne migranti e a migliorare la gestione dei flussi migratori.

In Libano:

  • Potenziamento dei servizi di accoglienza, protezione e rimpatrio dei 3 shelter di Olive, Pine e Laksetha
  • Miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie del centro di detenzione per migranti di Adlieh
  • Assistenza psicologica, medica e legale per aiutare l’elaborazione del trauma vissuto dalle migranti e favorirne il rimpatrio

In Etiopia:

  • Potenziamento delle capacità di accoglienza e reinserimento economico-sociale di 2 shelter a favore delle donne migranti rimpatriate
  • Avviamento di un servizio di supporto e ricollocamento lavorativo e sociale per le donne rimpatriate e le loro famiglie
  • Rafforzamento del dialogo e attività di sensibilizzazione sulla protezione dei migranti rivolto a istituzioni, comunità di origine e datori di lavoro in Libano
  • Titolo progetto
    Securing Women Migration Cycle – Programma di Assistenza, Protezione e Rimpatrio per Donne Migranti in Libano (SWMC)

    Responsabile progetto
    Antonio Buzzelli, lebanon@celim.it

    Date
    aprile 2018/marzo 2021

  • Partner
    Comunità Volontari per il Mondo – CVM
    Centro Studi Politica Internazionale – CeSPI
    Università Cattolica del Sacro Cuore – Dip. Psicologia
    Comune di Milano
    International Domestic Workers Federation

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    Brochure

     

Finanziatori del progetto

Sostieni il progetto

  • 20€

    per donare un kit igienico-sanitario ad una migrante economica in Libano

  • 70€

    per organizzare 2 settimane di corso per 12 donne in Etiopia

  • 100€

    per migliorare le dotazioni di uno shelter in Etiopia

  • 200€

    per offrire supporto legale e 4 sessioni psicologiche individuali in Libano

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